Saranno le storie a salvarci

Bandiera di One Piece che sventola durante una protesta

Saranno le storie a salvarci

Possiamo considerare le storie, nel significato più “puro” del termine, in tanti modi. Passatempi con cui sciacquarci il cervello quando siamo stanchi, finestre fantastiche su mondi incredibili e altre frasi orripilanti spesso usate per invogliare i ragazzini a leggere col solo risultato di fargli schifare ancora di più la lettura e così via.

Ma che succede quando le storie diventano conforto, sostegno, ispirazione, mentre tutto intorno crolla? Possono davvero essere così potenti?
Insomma, le storie possono salvarci?

Per quanto mi riguarda sono sempre stata innamorata delle storie cattive, drammatiche, degli antieroi, rispetto ai e tutti vissero felici e contenti. Le ho sempre trovate più interessanti, e ho sempre pensato che fossero antagonisti e antieroi ad avere più appeal rispetto agli eroi. Nulla di particolarmente originale da parte mia, per carità, c’è un motivo se Vegeta è molto più amato rispetto a Goku.

Detto ciò, avevo iniziato a leggere da poco Berserk quando ho vissuto il mio primo lutto familiare.
Per settimane, mesi, e per quanto “infantile” questo forse possa sembrare, assistere alla disperazione e alla rabbia di Gatsu di fronte a una serie di eventi orribili, mi faceva stare meglio. Non perché ci godessi, al contrario.
Vedere un personaggio, seppure di fantasia, affrontare con rabbia e disperazione lo schifo che la vita gli metteva di fronte, ma riuscire ad andare avanti, era in qualche modo catartico. Mi faceva pensare: okay, anche io sto male, anche io sono arrabbiata, anche io sto vivendo una cosa brutta.
Ma posso andare avanti anche io. Passerà. Starò meglio anche io.

Non mi spingo a dire sia stato terapeutico. Ma ha aiutato. A modo suo, ha aiutato.

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Strano modo, forse, di trovare consolazione. Ma mi permetto di dire: a ciascuno il suo. (Berserk, Kentaro Miura)

Potrei fare altri esempi di questo tipo, e so di non essere certo l’unica che abbia trovato conforto nelle storie.
E mi spingo a dire: se sono di conforto per i singoli, perché non possono essere di conforto, di ispirazione, per intere comunità? Perché non possono diventare dei simboli collettivi?

Ultimamente sta facendo notizia la comparsa di diverse bandiere con il Jolly Roger della ciurma di Cappello di Paglia, dal manga One Piece, durante manifestazioni e proteste.
In Nepal, a Kathmandu, è stato sventolato durante le manifestazioni per chiedere le dimissioni del Primo Ministro, in Indonesia durante le manifestazioni per l’indipendenza, è stato fatto sventolare su una delle navi della Freedom Flotilla che portava medicinali e cibo a Gaza.
È comparso e continua a comparire durante i cortei e le manifestazioni, qui in Italia, a sostegno del popolo palestinese.

Di primo acchito queste cose, personalmente, mi cringiano un po’. È una roba istintiva.
Ma, fermandomi un attimo a riflettere, oggettivamente, quanto è diverso da quello che ho fatto io, individualmente, con Berserk?

Il punto è che forse non è infantile.
Non è “cringe”.
È, piuttosto, cercare un simbolo “universale” in cui riconoscersi. Con cui esprimere, in un attimo e a colpo d’occhio, qualcosa di estremamente complesso.

One Piece è una storia che parla di libertà. Che parla di pace. Che parla di governi violenti, che opprimono chi è più debole, chi è diverso da loro, chi si allontana dalla loro idea di “giusto” (non credo di doverlo specificare ma c’è chi vive sotto un sasso, come i redattori de Il Secolo d’Italia).

Quello che per me è stato catartico, lo ripeto, individualmente e mentalmente, con Berserk, per altri può esserlo facendo sventolare una bandiera in una piazza.
Non per desiderio di evasione. Al contrario, perché in quel simbolo preso da una storia per ragazzi si vedono riflesse le proprie emozioni e i propri bisogni.
Si tratta, forse, di un modo per elaborare in maniera collettiva un dolore che altrimenti resterebbe muto, o che si avrebbe difficoltà ad esprimere.

Quello che sto cercando di dire, è che esistono storie che a una certa diventano talmente potenti, talmente forti, che persone provenienti dagli angoli opposti del pianeta ne vedono un simbolo e sanno, immediatamente.
Vedono un teschio con un cappello di paglia e immediatamente lo riconducono a significati di fratellanza, libertà, resistenza.

Faccio questo esempio perché lo sento “vicino”, ma ce ne sarebbero molti altri. E non è che sia necessario per forza guardare ad eventi “politici” come le manifestazioni. Giusto per fare un altro esempio, durante le Olimpiadi, ormai un sacco di atleti fanno pose o indossano simboli provenienti da fumetti, cartoni animati, storie

Alle Olimpiadi di Tokyo 2020, Kiran Badloe, un velista olandese, si è presentato alla competizione coi capelli tinti di blu e rasati in modo da formare una freccia. È stato lui stesso a spiegare che si trattava di un tributo ad Aang, della meravigliosa serie animata Avatar: La leggenda di Aang (The Last Airbender in inglese), che ha il potere di utilizzare gli elementi a proprio piacimento, il vento in particolare. “Nella speranza che possa farlo anche io”, diceva su Instagram.
Ha vinto l’oro, tra parentesi.

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Allora forse le storie non sono solo passatempi. Non solo, almeno, e non sempre.
Nei momenti più bui, ma non solo in quelli, diventano linguaggi comuni, simboli con cui possiamo capire un po’ meglio noi stessi, o collettivi, in cui possiamo trovare conforto, capirci anche se parliamo lingue diverse. 

Forse non ci salveranno in senso letterale.
Ma ci aiutano a resistere, a esprimerci, a riconoscerci negli altri. Anche se sono lontani centinaia, migliaia di chilometri.

E, a volte, questo basta.

Fonte dell’immagine di copertina: CNN

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Una delle capocce di Sottotracce. Giornalista. Allenatrice di Pokémon dal 1999, ora disillusa. Nella vita scrive e fa scelte spesso discutibili.

1 commento

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Andrea

Bel pezzo, si sente che è scritto da qualcuno che le storie le vive davvero.

è bello il modo in cui lega l’immaginario al bisogno umano di riconoscersi, di trovare un appiglio quando tutto va a rotoli.

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