Le storie che raccontiamo ancora e ancora. E il piacere di ritrovarle.

Le storie che raccontiamo ancora e ancora. E il piacere di ritrovarle.

Se ogni adattamento è un tradimento, perché ci portiamo dietro certe storie da centinaia o addirittura migliaia di anni? Ma soprattutto, perché non ci basta rileggerle nella loro forma originale o più antica possibile? Vediamo tre casi emblematici, tra cui due film di animazione.

–  A Bug’s Life, I sette samurai di Kurosawa ed Esopo.

I Sette Samurai di Akira Kurosawa (del 1954) racconta la storia di un villaggio giapponese del XIV secolo che assolda sette rōnin per difendere il raccolto da banditi, e ha ispirato innumerevoli film, tra cui Guerre Stellari e I magnifici sette. Persino Disney, non certo nuova nel riprendere e rimasticare favole e storie pre-esistenti (ne vedremo un altro famigerato esempio più sotto), ha pescato a piene mani dal classico di Kurosawa per realizzare il film di animazione A Bug’s Life, in questo caso con qualche spunto che risale alla favola di Esopo, La cicala e la formica.

I sette samurai si apre con una banda di banditi in attesa del periodo del raccolto per razziare un villaggio vicino. Allo stesso modo, in A Bug’s Life una banda di cavallette costringe una colonia di formiche a consegnare loro la propria scorta di cibo.

Quando la formica protagonista, Flik, ​​rovina l’offerta alle cavallette disperdendola per errore in acqua, le cavallette pretendono come “risarcimento” una doppia quantità di cibo. Flik suggerisce quindi alla colonia di chiedere aiuto a insetti più grandi e forti, così da sperare di difendersi dalle cavallette.

Qualcosa di analogo succede nei Sette samurai, quando gli abitanti del villaggio vengono a conoscenza dei piani dei banditi. L’anziano del villaggio suggerisce per l’appunto di assumere dei samurai per proteggerli, ma anche questo villaggio, come il corrispettivo entomologico, non dispone di denaro per pagare i samurai, così i contadini sono consapevoli di dover arruolare guerrieri disposti a farsi pagare con del cibo. 

Gran parte della prima metà di entrambi i film è dedicata alla ricerca della squadra capace di offrire protezione alla comunità indifesa.

La formica Flik parte alla ricerca e finisce nella città degli insetti, dove chiede aiuto a una compagnia circense composta da, esattamente, sette (anzi, otto) insetti di specie diverse. Ognuno è dotato di proprie caratteristiche uniche che alla fine aiuteranno Flik a difendere la colonia di formiche dalle cavallette.

Mentre nel Giappone del XIV secolo, alcuni abitanti del villaggio incontrano nella vicina città un anziano rōnin di nome Kambei, il quale recluterà gli altri samurai che, come gli insetti, possiedono tutti abilità e attributi diversi. Entrambe le squadre di guerrieri avranno successo nel difendere i rispettivi villaggi, ma naturalmente rispetto a Disney, l’opera di Kurosawa si conclude su note più amare, con la morte di quattro dei sette samurai. Emblematica la chiusa finale, con le parole di Kambei: “Noi samurai siamo come il vento che passa veloce sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini”. La vittoria non è dei samurai, ma dei contadini. 

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I guerrieri della notte e l’Anabasi di Senofonte

I guerrieri della notte (The Warriors) di Walter Hill, tratto dall’omonimo romanzo di Sol Yurick, trasforma l’Anabasi di Senofonte, ovvero la storia dell’impervia marcia in ritirata dei Diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il Giovane per detronizzare il fratello, il re di Persia, in un viaggio psichedelico attraverso una New York dilaniata da guerre tra gang.

I Diecimila di Senofonte viaggiano dall’entroterra verso la costa, la Grecia, in un territorio difficile, circondati da popolazioni ostili e inseguiti dall’esercito nemico.

Nel seguire il filo intrecciato dallo storiografo greco, la sceneggiatura di Shaber e Hill racconta la tragedia urbana, rispettando alla perfezione le tre unità del teatro aristotelico: 

luogo (New York), tempo (la durata di una notte) e azione (inseguimento e fuga per le stazioni della metropolitana). 

Anche il nome del capo più influente tra le gang, Cyrus, ricalca quello del condottiero greco. Nove erano i condottieri ellenici riuniti al soldo di Ciro, nove i guerrieri che si recano nel Bronx (tra l’altro, non sette come nel romanzo da cui è tratto il film, rendendo il richiamo a Senofonte ancora più esplicito): Cleon, Swan, Ajax, Snow, Cowboy, Rembrandt, Cochise, Vermin e Fox.

Morto Cyrus, i Guerrieri, senza il loro capo, disarmati, con tutte le altre bande e la polizia alle calcagna, dovranno dunque riuscire ad attraversare la città, da nord a sud, per ritornare al sicuro, nel loro quartiere.

Fonte, questo bel saggio.

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Una scena del film The Warriors (1979)

Il re leone e Shakespeare.

Certi miti e storie si insinuano sottopelle e non è possibile sradicarle dalla coscienza collettiva. Se poi parliamo di tragedie e teste coronate, Shakespeare rimane e rimarrà il punto di riferimento fondamentale.

Molto si è discusso e scritto sul Re Leone e dei suoi vari influssi, e spesso si è dibattuto da quali opere di Shakespeare nello specifico Disney abbia preso spunto. Infatti, molteplici elementi possono essere ricondotti principalmente a due opere: Amleto e Macbeth.

Proprio come accade per Amleto, il giovane rampollo Simba perde il padre per via della congiura ordita dal malvagio zio Scar, fratello del sovrano Mufasa. E proprio come Claudio, Scar usurpa il trono e tenta di far fuori anche il nipote, legittimo erede.

Come il principe Amleto, Simba disperato per la morte del padre, scoprirà solo in seguito che l’artefice del regicidio è stato proprio il caro zio. Parlando di padri fantasma, anche Simba riceverà la visita del fantasma del padre estinto. 

Analogo a Macbeth, il motore principale delle azioni di Scar è proprio la sete di potere e dominio a ogni costo. E come il giovane rampollo leonino, anche i figli del legittimo re, Malcom e Donalbain, fuggono. Inoltre, similmente a quanto accade a Simba, convinto da Scar di essere lui la causa della morte di Mufasa anche in Macbeth, Malcom e Donalbain, a causa della loro fuga frettolosa, sono sospettati di essere coinvolti nella morte del padre. 

Insomma, i punti di contatto sono molteplici e il gioco diventa una divertente caccia al tesoro non poi così nascosto.

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Il Re Leone (1994)

Forse questo bisogno di rinarrare e rielaborare antiche storie in chiave moderna è un modo per riappropriarsene. Altrimenti, ci sembrano remote e non le percepiamo abbastanza vicine, quando invece vorremmo farle nostre, con l’illusione di capirle meglio e fino in fondo. Ma man mano che compiamo questa operazione, ci accorgiamo che le storie non sono mai finite e concluse, ma hanno sempre qualcosa di nuovo da offrire, rilette con occhi e in un’epoca diversa. E come creature bellamente autoriferite, ciò che ci interessa è quello che possono dirci di noi, del mondo e di ciò che proviamo e pensiamo. Non contenti, le cannibalizziamo, mescolando e remixando in un minestrone postmoderno elementi da materiali e fonti diversi. Forse non siamo poi cambiati così tanti da un millennio o da un secolo all’altro. In fondo, siamo sempre le stesse persone.

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